“Che l’alimento sia la tua medicina e la tua medicina sia il tuo alimento”
(Ippocrate)
…..ma gli alimenti possono diventare anche veleno.

Le intolleranze alimentari fanno parte di un più vasto gruppo di disturbi definiti come reazioni avverse al cibo.
L’American Academy of Allergy Asthma and Immunology ha definito le intolleranze alimentari come reazioni avverse al cibo, distinguendo in modo netto tra le intolleranze e le allergie.
Le allergie sono qualitative e, sia le acute che le ritardate, scompaiono con l’eliminazione dell’allergene. Le allergie sono immunologicamente mediate, mentre le intolleranze non sono immunologicamente mediate.
Le intolleranze alimentari sono molto più comuni e diffuse delle allergie.
L’European Accademy of Allergy and Clinical Immunology, distingue tra reazioni tossiche e reazioni non tossiche, definendo tossiche quelle causate dalla presenza di tossine nell’alimento ingerito.
Le reazioni non tossiche sono invece legate alla suscettibilità individuale e si dividono in allergie ed intolleranze.
Le reazioni avverse da assunzione alimentare sono frequentemente causate da ipersensibilità verso l’alimento stesso e possono talvolta presentare quadri clinici complessi, non solo legati all’ipersensibilità ad uno o più specifici alimenti, ma anche ad alterazioni dei processi digestivi. Esse sono quindi riconducibili all’accumulo, nel tempo, delle sostanze responsabili di ipersensibilità, fino ad un livello che ad un certo punto supera la “dose soglia”.

A causa di questo periodo di latenza, spesso risulta difficile accettare e comprendere come si possa “improvvisamente” diventare intolleranti ad un cibo comunemente introdotto quotidianamente o meglio pluri-quotidianamente (ad esempio frumento, olio di oliva, latticini, ecc.).
Queste reazioni, inoltre, non sono sempre immediate, ma si presentano anche fino a 36 ore dopo l’assunzione del cibo in questione. Per ottenere un miglioramento del quadro sintomatologico, è necessario astenersi rigorosamente per almeno 2-3 mesi dall’assunzione del cibo “incriminato”, anche nelle sue forme “nascoste” (ad esempio il siero di latte nel prosciutto cotto) ed anche dall’assunzione di cibi che possono generare reazioni crociate (ad esempio latticini e carne di manzo).

Qual è la differenza tra allergia e intolleranza alimentare?

L’allergia è una risposta eccessiva da parte del sistema immunitario verso agenti estranei che, percepiti come minaccia (allergeni), sono attaccati dalle difese immunitarie; il nostro organismo reagisce producendo anticorpi (Immunoglobuline E – IgE) che, a contatto con l’allergene, scatenano una reazione che determina il rilascio di istamina, un mediatore dell’infiammazione che provoca la reazione allergica.
L’intolleranza al contrario, non coinvolge il sistema immunitario; si manifesta quando il corpo non riesce a digerire alcune sostanze. Se gli individui allergici devono eliminare completamente il cibo che scatena la reazione, gli intolleranti possono assumerne piccole quantità senza sviluppare sintomi (fanno eccezione gli individui sensibili al glutine).


Poiché l’intolleranza alimentare è una reazione anomala dell’organismo verso alcuni cibi, non si può parlare di allergia vera e propria, dal momento che non coinvolge il sistema immunitario (le reazioni non sono immunologiche di tipo IgE-mediate o linfocito T–mediate) quanto, piuttosto, quello metabolico. Una persona che presenta intolleranza verso uno specifico alimento, non è in grado di assimilarlo in maniera corretta, ma ciò non comporta reazioni che implicano il sistema immunitario.
L’intolleranza alimentare non è una condizione da sottovalutare; perché l’impossibilità per il nostro organismo di assorbire un cibo può causare sintomi significativi, tra i quali meteorismo, flatulenze (dismicrobismo intestinale), brontolii intestinali, dolori addominali, diarrea, prurito, emicrania, gastrite. Spesso queste situazioni vengono classificate come “sindrome del colon irritabile”, che, non rappresenta una diagnosi, ma solo una sindrome clinica.
Nel 2007 Peter Gibson (Leggi articolo ), ha identificato come principali responsabili delle intolleranze alimentari i FODMAPS: Fermentable Oligo-Di-Mono-Saccahrides and Polyols .Questi carboidrati, il cui modello è il lattosio, non verrebbero assorbiti dall’intestino tenue, e arriverebbero intatti nel colon, dove per azione della flora batterica intestinale, produrrebbero anidride carbonica, idrogeno e acqua. L’intolleranza alimentare sarebbe dunque imputabile ad un malassorbimento dei carboidrati.

 

Le intolleranze alimentari possono essere di vari tipi:

 

1. Intolleranze farmacologiche:

possono derivare da sostanze presenti in alcuni farmaci ed alimenti, come ad esempio le xantine che si trovano nel caffè e nel tè, e possono causare sintomi come tachicardia ed acidità digestiva. Anche gli alimenti particolarmente ricchi di istamina e tiramina (ammina derivata dalla decarbossilazione dall’amminoacido tirosina) possono provocare intolleranze.

2. Intolleranze metaboliche:

nascono da carenza, o assenza, di enzimi necessari alla metabolizzazione di alcuni aminoacidi o zuccheri.
Tra queste le più diffuse sono l’intolleranza al lattosio e il favismo.

Intolleranza al lattosio: è forse l’intolleranza più diffusa, da non confondere con l’allergia alle proteine del latte vaccino. Il lattosio è uno zucchero contenuto nel latte che nell’intestino viene scisso in glucosio e galattosio, ad opera di un enzima idrolitico lattasi.
In Italia, il 60% della popolazione è intollerante al lattosio. Tre persone su quattro non sospettano minimamente di esserlo e continuano ad assumerlo sottovalutando la propria intolleranza. L’intolleranza al lattosio, che è la difficoltà a digerire il latte, deriva da una ridotta attività, o dalla carenza dell’enzima lattasi (β-D-galattosidasi) nella flora batterica e da un’alterazione dell’epitelio dell’intestino tenue.
Nei pazienti che presentano tale intolleranza, la permanenza del lattosio nell’intestino ne determina l’utilizzo da parte del microbiota umano che ne provoca la fermentazione (da questo processo si ha una grande produzione di gas e acidi organici) ed essendo il lattosio una sostanza osmoticamente attiva, richiama nel colon acqua e sodio impedendo la formazione delle feci solide. L’intolleranza al lattosio si manifesta, quindi, con flatulenza, meteorismo, crampi addominali, diarrea e dimagrimento. In caso di difformità intestinali i sintomi possono trarre in inganno: oltre alla flatulenza, meteorismo, crampi addominali, si possono avere diarrea e stitichezza alternate, con un forte aumento delle dimensioni del ventre.
Spesso tale patologia è associata alla celiachia e alla sindrome del colon irritabile.

Favismo: è un’anomalia genetica che interessa alcuni enzimi contenuti nei globuli rossi. Nota fin dall’antichità come “malattia delle fave”, questa patologia, come si evince dalla parola stessa, comporta l’assoluta necessità di evitare l’assunzione di fave ed altri alimenti, come piselli e verbena, alcuni farmaci e sostanze particolari.
Nei soggetti affetti da favismo si registra un deficit funzionale o quantitativo di un enzima implicato nella via metabolica dei pentoso fosfati (nota anche come shunt dell’esoso monofosfato o HMP pathway), la glucosio-6-fosfato deidrogenasi (G6PD o G6PDH): la carenza dell’enzima comporta gravi conseguenze a livello degli eritrociti (globuli rossi), poiché il G6DP risulta essenziale per il corretto funzionamento e la sopravvivenza degli stessi. L’assunzione di particolari alimenti e sostanze potrebbero inibire l’enzima G6DP, determinando conseguenze gravissime per l’organismo, prima fra tutte, l’emolisi acuta con ittero, infatti è noto il ruolo rivestito da questo enzima come fattore di difesa degli eritrociti dall’ossidazione. Il termine “favismo” risulta però improprio, poiché in alcuni soggetti affetti da questo disordine, la reazione clinica emolitica si può manifestare anche indipendentemente dal consumo di fave e piselli.
Nella maggior parte dei casi, le persone affette non possono mangiare questi legumi; inoltre, non possono essere inalare particolari sostanze (ad esempio la naftalina) o assumere alcuni farmaci (ad esempio analgesici, antipiretici, antimalarici, salicilati, certi chemioterapici, chinidina, blu di metilene etc.).

3. Intolleranze agli additivi chimici presenti nei cibi:

provocata da conservanti, dolcificanti, esaltatori di sapidità (ricordiamo la sindrome del ristorante cinese dovuta ad ingestione di eccessive quantità di sodio glutammato). Queste sostanze possono produrre sintomi come nausea, mal di testa, dolori addominali fino all’asma (per esempio scatenata dai solfiti contenuti in alcuni vini, aceti o altri alimenti). Naturalmente ciò non significa evitare alimenti con conservanti o dolcificanti, impresa fra l’altro ardua, ma si tratta di un invito a prestare la massima attenzione alla comparsa dei primi sintomi, per evitare l’aggravarsi del proprio stato di salute.

Molto importante, anche in ragione dell’elevato numero di persone interessate, è la celiachia, ovvero l’intolleranza al glutine, una proteina di riserva presente in molti cereali (frumento, segale, orzo etc…), che durante la digestione viene scissa in due proteine gliadina e gluteina. La gliadina, non può essere assorbita dall’intestino dei soggetti affetti da questa particolare intolleranza alimentare, e quindi provoca una reazione immunitaria.

E’ stato accertato che esistono 2 tipi di intolleranza al glutine:
1) celiachia vera
, nella quale il glutine determina una reazione immunologica linfocito T-mediata che a sua volta determina la formazione a livello intestinale di una reazione immunologica più complessa, che vede coinvolti alcuni anticorpi IgG ed IgA (antiendomiso e antitransglutaminasi), in una vera e propria reazione citotossica (mediata da linfociti T) che determina una lesione devastante della mucosa intestinale visibile (diagnosticata con gastroscopia). Tale patologia vede anche una importante componente genetica, infatti oltre il 90% dei pazienti celiaci presenta la molecola HLA DQ2. I pazienti che non presentano la molecola DQ2 esprimono, nella maggior parte dei casi, la molecola DQ8 (molecole HLA di classe II).

2) gluten-sensitivity è una patologia definita solo recentemente (Leggi articolo). Si manifesta con una grave sintomatologia, in parte sovrapponibile a quella della celiachia (gonfiore, diarrea, stipsi, dolori addominali, cefalea, ecc), in cui però non è identificabile né il corredo immunologico della vera celiachia (sviluppo di anticorpi, HLA DQ2 e DQ8). Non si tratta quindi di una patologia auto-immune, né sono presenti le alterazioni della mucosa intestinale. Tale patologia recede solo se i pazienti sono sottoposti a dieta priva di glutine.

Le intolleranze alimentari originano a livello intestinale, avendo come presupposto un’irritazione della mucosa di tale organo, ma non provocano produzione di anticorpi e raramente hanno come effetto la produzione di istamina. Possono però innescare manifestazioni allergiche quali le allergie ai pollini, agli acari della polvere od al contatto di tessuti, metalli, ecc. Molto spesso nella pratica clinica, infatti, si riscontrano delle situazioni allergiche di modesta entità che, però, a causa della concomitante presenza di intolleranze alimentari, producono manifestazioni importanti, soprattutto respiratorie.

 

Quando deve essere sospettata un’Intolleranza Alimentare?

Come descritto in precedenza, i sintomi causati dalle intolleranze ai diversi tipi di cibo sono molteplici. I più frequenti sono cefalee, disturbi intestinali (gonfiori, stipsi o diarrea, colite, meteorismi, ecc.), dolori premestruali, disturbi dell’umore (depressione, irritabilità), dolori articolari, mal di gola o bronchiti ricorrenti e molti altri.
Il sospetto va posto quando un disturbo, anziché comparire in modo passeggero o saltuario, inizia a presentarsi sempre più frequentemente fino ad interferire con la vita “normale” della persona. Come sempre in biologia le variabili possono essere molteplici, e quindi la ricerca di eventuali Intolleranze Alimentari può essere una delle strade da percorrere per affrontare una problematica. Possibili intolleranze alimentari vanno quindi prese in considerazione, quando, dopo aver corretto la dieta, i problemi persistono, e prima di intraprendere terapie farmacologiche, che presentano sempre effetti collaterali a breve o lungo temine.

Dalle Intolleranze si guarisce?

Dalle intolleranze alimentari si guarisce, seguendo diete ad eliminazione associate eventualmente ad un sostegno fitoterapeutico. I programmi alimentari devono essere concordati e seguiti da un medico esperto per poter valutare le modalità più corrette e quelle che meglio si adeguano anche alle problematiche individuali.
Eliminazioni parziali o per tempi troppo brevi di un alimento non portano risultati soddisfacenti, ma solo tanta inutile fatica e scoraggiamento!
Uno dei nuovi approcci terapeutici nella gestione delle intolleranze alimentari, con incoraggianti risultati iniziali, ma che necessitano di ulteriore conferma, è l’uso dei probiotici, in particolare delle specie di Lactobacillus acidophilus e di Lactococcus lactis.

1) Patriarca et al Interm Emerg Med 4:11-24 (2009)


2) EAACI Position Paper. Allergy 56: 813-824 (2001)


3) Gibson et al Infl Bowel Dis Dec 13(12)1522-8 (2007)


4) Vonk R.J. Reckman et al. – Probiotic and lactose intolerance.

 

L’intolleranza al lattosio

 

 

 

 

 

L’intolleranza al lattosio è l’intolleranza alimentare più diffusa, la cui prevalenza varia dal 2% della popolazione dei paesi nord europei a quasi 100% dei paesi asiatici (1).
Il quadro clinico dell’intolleranza al lattosio è sostenuto da una ridotta attività dell’enzima β-galattosidasi nella flora batterica e da un’alterazione dell’epitelio dell’intestino tenue (2).
Il lattosio, principale zucchero del latte, è un disaccaride costituito da glucosio e galattosio, che nelle normali condizioni fisiologiche viene degradato dall’enzima lattasi (un enzima idrolitico che viene prodotto dalle cellule della parete intestinale).
Glucosio e galattosio vengono assorbiti dalle cellule intestinali e trasportati nel flusso sanguigno o eliminati dal fegato.
Il lattosio, che non viene idrolizzato nell’intestino tenue, raggiunge il colon, dove, assieme ai suoi metaboliti, fermenta e può dare origine a disturbi gastrointestinali come la diarrea.

L’ apparente attività dell’enzima lattasi è influenzata da diversi fattori come:
– l’età (l’attività è alta nel primo anno di vita e diminuisce nell’età adulta)
– la genetica
– l’integrità della membrana dell’intestino tenue (motivo per cui spesso i pazienti celiaci presentano anche l’intolleranza al lattosio)
– il transito nell’intestino tenue

I prodotti a base di latte fermentato possono alleviare i sintomi, ritardando lo svuotamento gastrico (per la maggiore viscosità), il tempo di transito oro-cecale (perché i prodotti metabolici di probiotici hanno una forza osmotica inferiore), o entrambi.
L’intolleranza al lattosio è la situazione fisiopatologica in cui la digestione e/o fermentazione è alterata e porta a disturbi clinici.
Il lattosio che arriva al colon può essere idrolizzato dall’enzima β-galattosidasi prodotto dalla flora batterica presente, con conseguente formazione di glucosio e galattosio, che vengono successivamente convertiti in lattato, acetato, propinato, butirrato ed altri acidi grassi a catena corta catena (SCFA) (Vonk et al.,).

Tutti questi prodotti possono contribuire al carico osmotico nel colon che potrebbe portare ad aumento del tempo di transito intestinale, a profili fermentativi alterati e, infine, alla diarrea.
La β-galattosidasi è il fattore limitante, infatti in un recente studio (He et al., 2008 ), viene riportato che la supplementazione di yogurt e probiotici allevia i sintomi clinici inducendo la produzione di β-galattosidasi a livello del colon.
La β-galattosidasi è un enzima abbondante nel microbiota intestinale, è presente in molti phyla di batteri che possono contribuire in totale a più del 40% del microbiota.

Sintomi Clinici di Intolleranza al Lattosio

I sintomi dell’intolleranza al lattosio sono disturbi intestinali, dolore addominale e/o diarrea.
Questi disturbi tuttavia non sono specifici e possono essere presenti in altre condizioni cliniche (sindrome dell’intestino irritabile, celiachia, Morbo di Crohn). Per un corretto trattamento e la corretta interpretazione è molto importante la diagnosi della fisiopatologia correlata ai sintomi.

La diagnosi dell’intolleranza al lattosio
La diagnosi più diretta è l’analisi dell’attività della lattasi. Tuttavia, l’attività enzimatica osservata da una piccola biopsia intestinale non riflette l’attività complessiva della lattasi nell’intestino tenue a causa della distribuzione irregolare di questo enzima.
L’analisi del genotipo di persone con sintomi di intolleranza al lattosio può aiutare nella corretta diagnosi, ma la congenita carenza di lattasi è una sindrome poco diffusa. L’analisi della capacità di digerire il lattosio in vivo utilizzando due isotopi stabili potrebbe essere teoricamente il miglior metodo diagnostico, ma il metodo diagnostico comunemente più usato è il “breath test”.

Trattamento

Il trattamento tipico per l’intolleranza al lattosio, ed a qualsiasi altra intolleranza alimentare, è l’eliminazione completa dell’alimento sospettato dalla dieta, per un certo periodo di tempo, e poi la sua graduale reintroduzione.

Per saperne di più..

Contenuti scientifici a cura del Dr. Filippo Fassio

 

 

 

Intolleranza alimentare e probiotici

 

La microflora intestinale gioca un ruolo importante per lo sviluppo della tolleranza orale al cibo.
I probiotici hanno effetti pleiotropici che si manifestano sia all’interno del lume intestinale sia all’interno e all’esterno della mucosa intestinale.

Rappresentazione schematica dei meccanismi di azione dei probiotici implicati nella prevenzione e trattamento di allergia.

Benché non esistano ancora evidenze scientifiche tali da consigliarne l’utilizzo routinario nella pratica clinica, la scoperta che alcuni ceppi probiotici possiedono le “capacità” elencate precedentemente, ha portato, nel corso di questi ultimi anni ad un aumento del loro utilizzo nel trattamento delle alterazioni gastrointestinali, incluse allergie e soprattutto intolleranze alimentari.

In particolare nel trattamento dell’intolleranza al lattosio, i probiotici possono agire a diversi livelli:
– sul prodotto (la capacità idrolitica di alcune specie probiotiche aggiunte all’alimento può ridurre la quantità effettiva del lattosio nel prodotto, come nello yogurt)
– nell’intestino tenue (per aumentare la capacità complessiva idrolitica nell’intestino tenue)
– nella fermentazione a livello del colon.

Non è ancora chiaro se sia il lattosio di per sé, i suoi metaboliti o la miscela di entrambi, a determinare lo sviluppo dei sintomi di intolleranza, ma l’ipotesi è che la rimozione di questi prodotti possa ridurre i sintomi clinici.
La ricolonizzazione dell’intestino tenue con specifici ceppi probiotici potrebbe ripristinare le condizioni ottimali di degradazione metabolica del lattosio, riducendone notevolmente la quantità che arriva al colon.

Come già detto nell’intolleranza al lattosio è stata osservata, una marcata riduzione nell’intestino dell’enzima β-galattosidasi.
Test di microtitolazione spettrofotometrica a 405nm permettono di misurare l’attività enzimatica dei vari ceppi batterici.

Questo test dimostra che la produzione di β-galattosidasi è altamente “specie-specifica”, il Lactobacillus acidophilus W22 e il Bifidobacterium lactis W51, hanno dimostrato di essere degli ottimi produttori di β-galattosidasi.

Oltre a questo, uno degli obiettivi del trattamento probiotico nei pazienti con intolleranza alimentare è il ripristino della funzione barriera dell’epitelio intestinale.
La T.E.E.R. (Trans Epithelial Electric Resistance) è una metodica di elettrofisiologia che permette la misurazione in vitro del flusso ionico attraverso la parete delle cellule epiteliali. Una diminuzione della T.E.E.R. esprime l’entità del danno alle cellule epiteliali.

In uno studio in vitro per valutare la T.E.E.R., cellule epiteliali intestinali vengono “stressate” con citochine infiammatorie (TNF-α e IL-1β) in presenza o assenza (controllo) di differenti ceppi di probiotici fra i quali Bifidobacterium lactis W51, Lactobacillus acidophilus W22, Lactobacillus plantarum W21 e Lactococcus lactis W19.
Come mostrato dal grafico, i risultati dimostrano che, in presenza di queste specie batteriche, si ottiene un significativo aumento della T.E.E.R in confronto al gruppo “stressor” e, quindi, una conservazione della funzione protettiva della barriera epiteliale intestinale.

 

Per una corretta ricolonizzazione dell’intestino è fondamentale che le colonie batteriche arrivino numerose ed attive nell’intestino tenue, è quindi di primaria importanza la resistenza dei vari ceppi agli acidi gastrointestinali ed alla bile.

 

I risultati in tabella mostrano la resistenza in vitro agli acidi gastrointestinale e alla bile di vari ceppi probiotici.
Bifidobacterium lactis W51, Lactobacillus acidophilus W22 e Lactobacillus plantarum W21 e Lactococcus Lactis W19, si distinguono per la loro elevata resistenza gastrica garantendo una migliore colonizzazione intestinale ed una elevate attività biologica.

 

Intolleranza al lattosio – Studio Lioness

Lo Studio Clinico “Lioness”1, effettuato presso l’Ospedale Policlinico San Martino di Genova ha lo scopo di determinare se l’uso quotidiano di un simbiotico a base di Bifidobacterium Lactis W51, Lactobacillus Acidophilus W22, Lactococcus Lactis W19, Lactobacillus Plantarum W21 ed inulina, è in grado di ridurre i sintomi di intolleranza al lattosio e colonizzare il microbiota intestinale. Dati preliminari mostrano una significativa riduzione dei sintomi di intolleranza al lattosio, valutata confrontando i risultati del questionario SQLM1 al T0 (valore basale ad inizio studio), al T1 (dopo 3 mesi di trattamento) e al T2 (dopo 6 mesi di trattamento). Il 71% dei pazienti ha mostrato miglioramento già dopo 3 mesi di trattamento (T1) e il 66% dopo 6 mesi di trattamento (T2); senza alcuna differenza statisticamente significativa fra T1 e T2 (Chi-square test P>0.05).

E’ stata inoltre osservata una progressiva riduzione statisticamente significativa della percentuale di pazienti con un Breath Test positivo (HBT) rispetto alla misurazione basale (T0).
Al T0 il 100% dei pazienti presentava un valore positivo al Breath Test (HBT), che si è negativizzato nel 65% dei pazienti dopo tre mesi di trattamento e nell’ 81% dopo 6 mesi di trattamento.

Questi dati preliminari, presentati in occasione del Congresso SIAAIC meet up tenutosi a Bologna in data 5-6 aprile 2018, aprono nuove prospettive nell’utilizzo di specifici probiotici /simbiotici nel trattamento e nella gestione dei pazienti intolleranti al lattosio.


1 Minale P., Cento S., Biassoni R., Di Marco E., Ugolotti E., Colombo S., Fedele G. & Guagnini F. The LIONESS study preliminary results: An observational study to evaluate efficacy and tolerability of oral symbiotic in patient with lactose intolerance. SIAAIC meet-up Bologna 5-6 Aprile 2018.

2 Casellas F., Varela E., Aparici A., Casaus M., Rodriguez P. Development, Validation, and Applicability of a Symptoms Questionnaire for Lactose Malabsorption Screening. Dig Dis Sci (2009) 54:1059–1065.